16/04/09
RICERCA: MONTALCINI, IN ITALIA CAPITALE UMANO DI GRANDE VALORE
(AGI) - Roma, 16 apr.- "La scoperta dell'NFG mi ha permesso ditornare e di vivere in Italia e di conoscere il piu' preziosocapitale in mano a questo paese: il capitale umano, i suoigiovani di grande valore con i quali lavoro tutt'oggi e aiquali auguro tutta la fortuna che ho avuto io". Cosi' Rita LeviMontalcini, rivolgendosi alla platea che festeggiava il suocompleanno ormai alle porte presso l'Istituto Superiore diSanita', la struttura che l'accolse come giovane ricercatricenel lontano 1963. "Tornare all'ISS mi ricorda anni felici - hacontinuato - mi fa ripercorrere molte tappe di questolunghissimo viaggio durato 100 anni", un viaggio diviso traAmerica e Italia. "Sono felice di essere stata tanto tempo inAmerica, al mio rientro in Italia ho scoperto un paese dalgrande capitale umano e dalle grandi intuizioni" ha continuato,ringraziando i presenti per le parole affettuose spese."Qual'e' stata la fortuna della mia scoperta? La curiosita' ecredo che sia proprio quel che caratterizza la genialita'italiana".(AGI)
Medicina - Genetica in difficolta' contro malattie piu' comuni
Causate da numerose mutazioni poco compreseRoma, 16 apr. (Apcom) - L'era della medicina personalizzatapotrebbe non essere ancora arrivata: l'analisi genetica dellemalattie piu' comuni sta infatti rivelandosi piu' complicata delprevisto, come riporta il quotidiano statunitense The New YorkTimes citando uno studio pubblicato dal New England Journal ofMedicine.Di conseguenza, le differenze riscontrate dalle analisi fatte suparticolari sequenze genetiche di persone sane e malate ha "pocao in molti casi nessuna rilevanza clinica", come spiega DavidGoldstein, della Duke University. A differenza delle malattierare dovute a una singola mutazione, patologie quali cancro e ildiabete sono infatti causate da numerose variazioni e solo alcunedi queste appaiono comuni a tutti i pazienti fin qui studiati;inoltre, il fatto che insorgano spesso in eta' avanzata - quindidopo aver potenzialmente procreato dei figli - rende impossibilealla selezione naturale eliminarle.Il legame fra le mutazioni e la malattia rimane dunque in granparte incompreso, tanto che secondo Goldstein la spiegazione piu'probabile e' che le patologie piu' diffuse siano dovute non alpiccolo numero di variazioni genetiche comuni identificate maalla combinazione di un gran numero di mutazioni rare, difficilida individuare.Inoltre, piu' numerose sono le mutazioni genetiche chiamate incausa piu' sono i sistemi biochimici coinvolti nella malattia, ilche significa che "puntando il dito contro tutto, la geneticaindichera' il nulla", conclude Goldstein, che consiglia diconcentrare gli studi sul genoma completo di pochi pazientiselezionati.
Scienza - Formiche amazzoniche senza sesso, fanno a meno di maschi
Scoperta una specie amazzonica in cui le regine si clonano
Roma, 15 apr. (Apcom) - Che non sempre serva un maschio per
procreare e' una verita' resa ormai sempre piu' frequente dalla
fecondazione in vitro e da altre tecniche di riproduzione piu' o
meno 'artificiali': ma la novita' e' che perfino in natura, e in
una classe relativamente evoluta come gli insetti, c'e' almeno un
caso del genere. E' infatti il sistema sviluppato da un tipo di
formiche amazzoniche, le 'Mycocepurus Smithii', capaci di
riprodursi per clonazione.
La scoperta e' stata fatta da un gruppo di ricercatori di diversi
paesi, che hanno pubblicato i risultati sulla rivista scientifica
'Proceedings of The Royal Society B, Biological Sciences': in
sostanza le regine di questa specie si riproducono senza maschi,
clonando il loro materiale genetico in nuove operaie o altre
regine, tanto da avere gli organi sessuali atrofizzati. Le
operaie, gia' normalmente sterili fra le formiche, sono tutte
geneticamente identiche fra loro e alle regine. Per di piu' queste
formiche si nutrono di un fungo - anch'esso asessuato, in quanto
si riproduce tramite spore - che coltivano con grande successo.
Un piccolo mondo senza sesso, insomma, e con molto giardinaggio.
Anche se questo tipo di riproduzione ha alcuni vantaggi in
termini di aumento del numero di femmine riproduttrici e dunque
di moltiplicazione, in teoria presenta anche inconvenienti: la
mancanza di rimescolamento genetico riduce in teoria la
resistenza a parassiti e malattie. Ma in questo caso, forse
grazie al peculiare regime alimentare basato sui funghi, non
sembra che le formiche asessuate abbiano avuto gravi problemi di
adattamento, perche' sarebbero antiche di milioni di anni.
Roma, 15 apr. (Apcom) - Che non sempre serva un maschio per
procreare e' una verita' resa ormai sempre piu' frequente dalla
fecondazione in vitro e da altre tecniche di riproduzione piu' o
meno 'artificiali': ma la novita' e' che perfino in natura, e in
una classe relativamente evoluta come gli insetti, c'e' almeno un
caso del genere. E' infatti il sistema sviluppato da un tipo di
formiche amazzoniche, le 'Mycocepurus Smithii', capaci di
riprodursi per clonazione.
La scoperta e' stata fatta da un gruppo di ricercatori di diversi
paesi, che hanno pubblicato i risultati sulla rivista scientifica
'Proceedings of The Royal Society B, Biological Sciences': in
sostanza le regine di questa specie si riproducono senza maschi,
clonando il loro materiale genetico in nuove operaie o altre
regine, tanto da avere gli organi sessuali atrofizzati. Le
operaie, gia' normalmente sterili fra le formiche, sono tutte
geneticamente identiche fra loro e alle regine. Per di piu' queste
formiche si nutrono di un fungo - anch'esso asessuato, in quanto
si riproduce tramite spore - che coltivano con grande successo.
Un piccolo mondo senza sesso, insomma, e con molto giardinaggio.
Anche se questo tipo di riproduzione ha alcuni vantaggi in
termini di aumento del numero di femmine riproduttrici e dunque
di moltiplicazione, in teoria presenta anche inconvenienti: la
mancanza di rimescolamento genetico riduce in teoria la
resistenza a parassiti e malattie. Ma in questo caso, forse
grazie al peculiare regime alimentare basato sui funghi, non
sembra che le formiche asessuate abbiano avuto gravi problemi di
adattamento, perche' sarebbero antiche di milioni di anni.
14/04/09
Medicina - Speranza per malati di Alzheimer da nuovo farmaco
Interferisce con processo formazione placche proteiche
Roma, 14 apr. (Apcom) - Un nuovo farmaco sviluppato da
scienziati inglesi promette di poter attuare strategie
terapeutiche nuove contro la malattia di Alzheimer. Ad affermarlo
una ricerca pubblicata su The Proceedings of the National
Academy of Sciences, che spiega che la nuova molecola, chiamata
CPHPC, sarebbe in grado di eliminare le proteine tossiche, SAP
(serum amyloid P component), nel circolo sanguigno prima che
queste attacchino le fibre nervose del cervello.
CPHPC e' stata sperimentata per tre mesi su un gruppo di pazienti
da ricercatori dell'University College London , che hanno
scoperto che la proteina "cattiva", e' addirittura scomparsa dal
cervello di cinque pazienti ammalati di Alzheimer.
SAP invade le fibre nervose formando placche che danneggiano
inesorabilmente e uccidono le cellule sane, rappresentando cosi'
un pericolo diretto per il cervello.
Durante la sperimentazione i ricercatori hanno constatato che il
farmaco, oltre a proteggere le cellule nervose, sembra sia in
grado di interferire con il processo di formazione e deposizione
nelle strutture cerebrali delle proteine tossiche. Tra i vantaggi
osservati di CPHPC: la molecola non si "rompe" una volta entrata
nell'organismo, ha un'azione specifica e non interagisce con le
cellule, riducendo, cosi', il rischio di effetti collaterali.
In test di laboratorio i ricercatori sono stati in grado di
ricostruire il processo molecolare che sottende l'effetto
espletato dal farmaco e il modo in cui placche proteiche si
accumulano nel cervello delle persone malate. Lo studio,
conferma, inoltre, che l'uso del farmaco e la rimozione delle
placche dal cervello avviene senza effetti collaterali per il
paziente e che non induce effetti avversi anche in pazienti con
altre malattie.
Ma tre mesi di sperimentazione sono troppo pochi per confermare
la sicurezza e per verificare l'efficacia della nuova molecola,
dicono gli scienziati e per confermare questo primo risultato
saranno necessari ulteriori sperimentazioni cliniche condotte su
vasta scala.
Ci sono, infatti, ancora molti aspetti da chiarire e come ha
spiegato Mark Pepys, coordinatore dello studio, non puo' dirsi
ancora certa la completa sparizione dal cervello delle placche di
SAP durante il trattamento e, "Il farmaco - ha sottolineato -
con nostra grande sorpresa, supera la barriera ematoencefalica.
Queste scoperte unite all'assenza di effetti collaterali ci
sprona, pero', ad andare avanti per vedere se trattamenti a lungo
termine con CPHPC possono contrastare il declino delle facolta'
mentali tipico dei malati di Alzheimer"
Roma, 14 apr. (Apcom) - Un nuovo farmaco sviluppato da
scienziati inglesi promette di poter attuare strategie
terapeutiche nuove contro la malattia di Alzheimer. Ad affermarlo
una ricerca pubblicata su The Proceedings of the National
Academy of Sciences, che spiega che la nuova molecola, chiamata
CPHPC, sarebbe in grado di eliminare le proteine tossiche, SAP
(serum amyloid P component), nel circolo sanguigno prima che
queste attacchino le fibre nervose del cervello.
CPHPC e' stata sperimentata per tre mesi su un gruppo di pazienti
da ricercatori dell'University College London , che hanno
scoperto che la proteina "cattiva", e' addirittura scomparsa dal
cervello di cinque pazienti ammalati di Alzheimer.
SAP invade le fibre nervose formando placche che danneggiano
inesorabilmente e uccidono le cellule sane, rappresentando cosi'
un pericolo diretto per il cervello.
Durante la sperimentazione i ricercatori hanno constatato che il
farmaco, oltre a proteggere le cellule nervose, sembra sia in
grado di interferire con il processo di formazione e deposizione
nelle strutture cerebrali delle proteine tossiche. Tra i vantaggi
osservati di CPHPC: la molecola non si "rompe" una volta entrata
nell'organismo, ha un'azione specifica e non interagisce con le
cellule, riducendo, cosi', il rischio di effetti collaterali.
In test di laboratorio i ricercatori sono stati in grado di
ricostruire il processo molecolare che sottende l'effetto
espletato dal farmaco e il modo in cui placche proteiche si
accumulano nel cervello delle persone malate. Lo studio,
conferma, inoltre, che l'uso del farmaco e la rimozione delle
placche dal cervello avviene senza effetti collaterali per il
paziente e che non induce effetti avversi anche in pazienti con
altre malattie.
Ma tre mesi di sperimentazione sono troppo pochi per confermare
la sicurezza e per verificare l'efficacia della nuova molecola,
dicono gli scienziati e per confermare questo primo risultato
saranno necessari ulteriori sperimentazioni cliniche condotte su
vasta scala.
Ci sono, infatti, ancora molti aspetti da chiarire e come ha
spiegato Mark Pepys, coordinatore dello studio, non puo' dirsi
ancora certa la completa sparizione dal cervello delle placche di
SAP durante il trattamento e, "Il farmaco - ha sottolineato -
con nostra grande sorpresa, supera la barriera ematoencefalica.
Queste scoperte unite all'assenza di effetti collaterali ci
sprona, pero', ad andare avanti per vedere se trattamenti a lungo
termine con CPHPC possono contrastare il declino delle facolta'
mentali tipico dei malati di Alzheimer"
DIABETE: TRAPIANTO STAMINALI LIBERA DA INSULINA PER 4 ANNI
(AGI/REUTERS) - Chicago, 14 apr. - Le persone affette da
diabete-mellito di tipo 1 insulino-dipendente dopo essere state
sottoposte al trapianto di cellule staminali prelevate dal
proprio midollo osseo riescono a fare a meno delle iniezioni
dell'ormone fino a un massimo di 4 anni. E' quanto ha appurato
il dottor Richard Burt della scuola di medicina Feinberg della
Northwestern University di Chicago. In un articolo pubblicato
sul Journal of the American Medical Association Burt ha
riferito che dopo l'intervento 20 pazienti su 23 "non hanno
piu' avuto bisogno di insulina per 4 anni. Di questi 12
ininterrottamente mentre 8 episodicamente erano tornati a
iniettarsi il farmaco ma in quantita' ridotta". I volontari
avevano tra 13 e 31 anni. Per verificare che gli effetti del
trapianto di staminali fossero duraturi il team di Burt ha
misurato i livelli della molecola c-peptide, che indica la
capacita' del corpo di produrre insulina. Questi livelli erano
aumentati "significativamente anche 24 mesi dopo il trapianto e
si mantenevano tali almeno fino a 36 mesi". (AGI)
diabete-mellito di tipo 1 insulino-dipendente dopo essere state
sottoposte al trapianto di cellule staminali prelevate dal
proprio midollo osseo riescono a fare a meno delle iniezioni
dell'ormone fino a un massimo di 4 anni. E' quanto ha appurato
il dottor Richard Burt della scuola di medicina Feinberg della
Northwestern University di Chicago. In un articolo pubblicato
sul Journal of the American Medical Association Burt ha
riferito che dopo l'intervento 20 pazienti su 23 "non hanno
piu' avuto bisogno di insulina per 4 anni. Di questi 12
ininterrottamente mentre 8 episodicamente erano tornati a
iniettarsi il farmaco ma in quantita' ridotta". I volontari
avevano tra 13 e 31 anni. Per verificare che gli effetti del
trapianto di staminali fossero duraturi il team di Burt ha
misurato i livelli della molecola c-peptide, che indica la
capacita' del corpo di produrre insulina. Questi livelli erano
aumentati "significativamente anche 24 mesi dopo il trapianto e
si mantenevano tali almeno fino a 36 mesi". (AGI)
SPAZIO: NASA IMMORTALA LA NEBULOSA "MANO DI DIO"
(AGI) - Washington, 14 apr. - Una gigantesca mano che sembra
ghermire una manciata di stelle. Questa l'incredibile immagine,
ribattezzata la "mano di dio" dai tecnici della Nasa scattata
dal telescopio orbitante a raggi X Chandra. In realta' si
tratta di una nebulosa distante circa 17 mila anni luce dalla
Terra, che si estende per 150 anni luce. All'origine dello
spettacolare fenomeno una pulsar, una stella di neutroni
(B1509) che girando vorticosamente su se stessa, scarica nel
cosmo la sua energia che alimenta la nebulosa. La stella di
neutroni misura poco piu' di 20 chilometri di diametro e ha
appena - dal punto di vista comsico - 1.700 anni. (AGI)
ghermire una manciata di stelle. Questa l'incredibile immagine,
ribattezzata la "mano di dio" dai tecnici della Nasa scattata
dal telescopio orbitante a raggi X Chandra. In realta' si
tratta di una nebulosa distante circa 17 mila anni luce dalla
Terra, che si estende per 150 anni luce. All'origine dello
spettacolare fenomeno una pulsar, una stella di neutroni
(B1509) che girando vorticosamente su se stessa, scarica nel
cosmo la sua energia che alimenta la nebulosa. La stella di
neutroni misura poco piu' di 20 chilometri di diametro e ha
appena - dal punto di vista comsico - 1.700 anni. (AGI)
Etichette:
Ricerca,
Spazio,
Tecnologia
Iscriviti a:
Post (Atom)
annunci pubblicitari
Ricerche Web
Ricerca personalizzata